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Intervista alla Dott.ssa Massimiliana Abbate, Fellow in Risonanza Magnetica Cardiaca in Cardiologia Pediatrica e nelle Cardiopatie Congenite dell’Adulto presso il Boston Children’s Hospital di Boston negli Stati Uniti

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Massimiliana Abbate

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Cosa ti ha spinta a scegliere un’esperienza lavorativa all’estero e, in particolare, negli Stati Uniti?

Fare un’esperienza all’estero, e ancor di più negli Stati Uniti, è qualcosa di unico. Ti arricchisce profondamente, sia dal punto di vista personale che professionale. Ti permette di scoprire nuovi modi di vedere le cose, ti forma una mentalità aperta e ti regala un bagaglio di conoscenze che, una volta rientrata in Italia, puoi riversare nella tua attività quotidiana.

Inoltre, un’esperienza come questa rappresenta un valore aggiunto per il curriculum, ma soprattutto un arricchimento umano e culturale. Entrare in contatto con professionisti provenienti da tutto il mondo significa confrontarsi con approcci diversi ma ugualmente appassionati alla medicina e alla ricerca.

 

Raccontaci come si svolge una tua giornata tipo al Boston Children’s Hospital

Le giornate iniziavano molto presto, intorno alle 7:00 – 7:30, con i primi meeting del mattino e la programmazione dei pazienti della giornata. Il primo esame di risonanza magnetica era solitamente previsto già nelle prime ore. La mia giornata si articolava tra attività pratica e formazione teorica. Ho avuto la possibilità di acquisire immagini in risonanza magnetica (RM), effettuare il post-processing e partecipare alla stesura dei referti, sotto la supervisione dei medici responsabili.

Erano previsti anche numerosi momenti di formazione teorica, con lezioni frontali su aspetti di fisica dell’RM e approfondimenti clinici sulle cardiopatie congenite, pediatriche e dell’adulto.

Particolarmente stimolanti erano le discussioni di casi clinici, non solo dei pazienti ricoverati presso il Boston Children’s Hospital, ma anche di pazienti provenienti da tutto il mondo per ottenere una second opinion. Questo mi ha permesso di confrontarmi con casi complessi e di arricchire notevolmente la mia formazione clinica e tecnica.

 

 

Come hai affrontato la parte burocratica e organizzativa per intraprendere questa fellowship?

Avendo svolto una fellowship non di tipo clinico ma incentrata sull’imaging e sulla ricerca, la parte burocratica è stata relativamente snella. Ho avuto bisogno di un visto J1, dell’assicurazione sanitaria, dei certificati vaccinali e di alcuni documenti amministrativi di base.

Consiglierei comunque di contattare la struttura con largo anticipo, almeno 10-12 mesi prima, poiché il Boston Children’s Hospitalaccetta un numero molto limitato di fellow alla volta ed è importante assicurarsi la disponibilità di un posto.

 

Che tipo di competenze e opportunità hai sviluppato durante questa esperienza?

Il mio focus era l’imaging avanzato delle cardiopatie congenite, un campo straordinariamente stimolante e in continua evoluzione. Ho imparato a gestire l’intero processo dell’esame RM: dall’acquisizione delle immagini secondo protocolli specifici alla loro elaborazione, fino all’interpretazione diagnostica e indirizzamento del processo terapeutico (cardiochirurgico, emodinamico o medico). Pur non avendo un ruolo clinico diretto sul paziente, ho avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco con specialisti di altissimo livello, in un ambiente multidisciplinare e aperto al confronto quotidiano. Quest’esperienza mi ha insegnato quanto sia importante la collaborazione e quanto la tecnologia, se ben usata, possa fare la differenza nella diagnosi e nella gestione delle cardiopatie complesse.

 

Quali consigli daresti ai giovani cardiologi interessati a un periodo di formazione all’estero?

Consiglio a tutti un’esperienza come questa. Non richiede un investimento di tempo eccessivo, ma la considero fondamentale per la crescita professionale e personale. È importante prepararsi con anticipo, sia dal punto di vista organizzativo che linguistico, e affrontare il percorso con curiosità, entusiasmo e spirito di adattamento. Inoltre, bisogna essere pronti a vivere in un ambiente internazionale dove il confronto e la collaborazione sono continui, ma dove la disponibilità e la friendliness dei colleghi rendono tutto più semplice e stimolante.

Formarsi all’estero significa crescere come professionista e come persona: un’opportunità irripetibile che consiglio vivamente a chiunque voglia affinare le proprie competenze e aprirsi a nuovi orizzonti.

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ICOT Abroad