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Intervista al Dott. Davide Restelli, Fellow in Ecocardiografia presso il CHU di Liegi in Belgio
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In queste righe vorrei raccontarvi un periodo della mia vita che ha arricchito profondamente la mia visione professionale e personale.
Durante l’ultimo anno di specializzazione desideravo vivere un’esperienza formativa in ecocardiografia all’estero, spinto dalla curiosità di conoscere nuovi approcci clinici e organizzativi. Mi affascinava l’idea di osservare come in altri contesti si affrontano le incertezze e le problematiche quotidiane, all’interno di un sistema e di una cultura professionale diversi dai nostri. Dopo una lunga ricerca, supportato dai miei docenti universitari e da colleghi ospedalieri, ho individuato la mia meta nel Centre Hospitalier Universitaire di Liegi, in Belgio. Le motivazioni che mi hanno spinto in quella direzione sono state molteplici: l’elevata competenza in ecocardiografia a tutti i livelli, l’ampia casistica clinica e, all’epoca, una burocrazia più snella rispetto ad altri Paesi europei. Purtroppo, è giusto sottolinearlo, quest’ultimo aspetto oggi è cambiato per via di nuove normative.
La giornata tipo di un fellow in ecocardiografia
La mia giornata iniziava alle 8.30 e terminava intorno alle 17.30, con una pausa pranzo di circa un’ora trascorsa solitamente alla Cafétéria dell’Ospedale, spesso in compagnia di altri specializzandi o strutturati, e – quando il tempo lo permetteva – all’aperto.
Le mie attività comprendevano la partecipazione attiva insieme a medici strutturati e specializzandi negli ambulatori di ecocardiografia (transtoracica, transesofagea e da stress), oltre all’assistenza ecocardiografica in sala interventistica.
L’attività era ben organizzata e bilanciata, con frequenti occasioni di confronto scientifico e di condivisione di “tips and tricks” basati sull’esperienza dei colleghi più esperti.
Alcuni pomeriggi partecipavo agli ambulatori dedicati a specifiche patologie, come le cardiomiopatie, dove i pazienti venivano valutati in modo integrato dal punto di vista clinico, ecocardiografico e strumentale.
Il CHU di Liegi è centro di riferimento regionale per le valvulopatie e per molte forme di cardiomiopatia: questo mi ha permesso di confrontarmi con una casistica ampia e diversificata, favorendo un’importante crescita nella valutazione e gestione dei pazienti.
Il resto del tempo lo dedicavo allo studio, spesso nella biblioteca dell’ospedale, o all’attività sportiva.
Nei fine settimana, liberi da impegni lavorativi, ho avuto la possibilità di esplorare numerosi luoghi: Liegi, infatti, si trova “nel cuore dell’Europa”, a pochi chilometri da Olanda, Germania e Francia.
Cosa ti manca di più?
Fin dai primi giorni ho ammirato il rigore scientifico con cui venivano valutati i pazienti. Le linee guida e le raccomandazioni erano non solo conosciute, ma applicate con scrupolo. Ciò è reso possibile anche da un’adeguata organizzazione del lavoro, che consente di dedicare a ciascun paziente il tempo necessario e di impostare un follow-up flessibile, con controlli anche molto ravvicinati. In un contesto così strutturato, applicare correttamente le raccomandazioni diventa molto più agevole.
Mi manca inoltre l’equilibrio tra vita lavorativa e privata e il grande rispetto per il tempo libero. Come fellow ero certamente esentato da alcune incombenze anche amministrative, ma ho avuto comunque la netta impressione che, in generale, tutti lavorino con intensità e serietà, ma senza invadere la sfera personale. In Italia questa separazione è meno marcata, e ritengo che rappresenti un aspetto importante per la qualità della vita.
Consigli per chi desidera un’esperienza all’estero
Il primo consiglio che mi sento di dare è di mantenere la determinazione. Organizzare un periodo formativo all’estero può essere complesso: tempi di risposta lunghi, burocrazia intricata, informazioni spesso incomplete. È facile scoraggiarsi, ma è importante non perdere di vista l’obiettivo e perseverare con pazienza e convinzione.
Un altro elemento essenziale è la conoscenza della lingua locale – nel mio caso, il francese. Un’esperienza all’estero non è solo crescita professionale, ma anche personale: vivere e interagire con colleghi e persone del luogo arricchisce enormemente, e la lingua è la chiave per farlo appieno.
Infine, consiglio di informarsi e confrontarsi con chi ha già vissuto esperienze simili. Non esistono regole valide per tutti, e il confronto diretto con altri colleghi può rivelarsi prezioso per orientarsi meglio.
Ringrazio ICoT ABROAD per avermi invitato a condividere questa esperienza e per l’impegno nel promuovere il racconto delle esperienze internazionali dei giovani colleghi. Spero che queste righe possano rappresentare una piccola motivazione per qualcuno e un utile supporto per chi desidera intraprendere un percorso simile.




