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Intervista al Dott. Antonino di Franco, Clinical Associate Professor of Medicine presso la Weill Cornell University di New York negli Stati Uniti
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Com’è nata l’opportunità di trasferirsi a New York alla Weill Cornell University?
Il mio percorso a New York nasce dalla fiducia accordatami da parte di un grande mentore, cui sarò sempre grato: il Prof. Mario Gaudino. Durante il mio ultimo anno di Specializzazione ho avuto la possibilità di trasferirmi a Manhattan per una Research Fellowship presso il Department of Cardiothoracic Surgery della Weill Cornell Medicine, una delle prestigiose università della Ivy League. Un’opportunità straordinaria che ha cambiato la mia vita professionale e personale.
Ricordo l’entusiasmo dei primi giorni al New York-Presbyterian Hospital, immerso in un ambiente internazionale, competitivo e incredibilmente stimolante, con la chiara percezione che ogni risultato sarebbe dipeso dal lavoro quotidiano, dalla disciplina e dalla capacità di costruire rapporti umani autentici. Nulla arriva per caso in un contesto del genere. Ho dedicato moltissime ore alla ricerca, allo studio e all’attività ecocardiografica, ma non ho mai vissuto questo sacrificio come un peso. Al contrario, sentivo di partecipare con il mio modesto contributo alla costruzione di qualcosa di più importante.
Il Prof. Gaudino mi ha letteralmente aperto le porte del mondo accademico americano, credendo in me fin dall’inizio. Ho avuto l’onore di dedicarmi alla metodica di mio interesse, l’ecocardiografia, lavorando a stretto contatto con figure di riferimento come il Prof. Devereux e il Prof. Skubas e il privilegio di essere scelto dal Prof. Weinsaft come Advanced Cardiovascular Imaging Fellowpresso il Department of Cardiology. Un’esperienza cruciale, che mi ha permesso di approfondire l’ecocardiografia avanzata, il 3D imaging e lo studio dello strain ventricolare.
Qual è stato l’aspetto più importante della tua esperienza negli Stati Uniti?
Crescere in un ambiente dove meritocrazia, innovazione e collaborazione rappresentano valori reali.
Non ho mai avuto un monte orario definito. L’obiettivo è stato sin dall’inizio molto semplice e chiaro: raggiungere risultati concreti, acquisire competenze avanzate e produrre ricerca scientifica di alto livello. Questo approccio, in cui mi ritrovo molto, mi ha responsabilizzato enormemente.
Ho frequentato il Cardiac Surgery Department, le sale operatorie e l’Advanced Cardiovascular Imaging Lab. Ho avuto la fortuna di lavorare con colleghi eccezionali provenienti da tutto il mondo, in un contesto estremamente stimolante e collaborativo. Credo che il valore delle relazioni umane sia stato decisivo tanto quanto quello delle competenze tecniche.
Le opportunità che mi sono state offerte mi hanno permesso di pubblicare, a oggi, oltre 150 lavori scientifici su riviste internazionali ad alto impact factor, tra cui Lancet, JAMA, JACC, EHJ e Circulation. Questo percorso mi ha portato anche a ricevere riconoscimenti importanti da società scientifiche americane e internazionali, come il “Top 25 Investigator” dell’American Society of Echocardiography, l’inserimento nel Marquis “Who’s Who in America”, oltre al Premio Italia Giovane e alla nomina come Fellow dell’American College of Cardiology e della Società Italiana di Cardiologia.
Quanto è stato difficile affrontare il trasferimento e quali consigli daresti a chi vuole intraprendere un percorso simile?
Dal punto di vista burocratico, serve organizzazione: visto J1, assicurazione sanitaria, lettere di raccomandazione, certificazioni e colloqui per attestare il livello di conoscenza della lingua inglese richiedono tempo e attenzione.
Nel mio caso sono serviti circa sei mesi per preparare tutta la documentazione necessaria. Il consiglio che darei è di iniziare molto presto e di non temere di contattare direttamente i centri internazionali attraverso i propri mentori o network professionali.
La vera difficoltà non è comunque quasi mai di natura burocratica. Bisogna essere pronti a uscire dalla propria comfort zone, accettare con la dovuta umiltà il confronto con professionisti di altissimo livello e imparare a trasformare la pressione in motivazione. Ho cercato di vivere questa opportunità con gratitudine quotidiana, senza dare nulla per scontato.
Che cosa ti ha regalato New York, sia professionalmente sia personalmente?
New York mi ha permesso, tramite il supporto e la guida delle persone che hanno creduto in me, di costruire una carriera accademica negli Stati Uniti fino a diventare Clinical Associate Professor presso il Department of Cardiothoracic Surgery della Weill Cornell Medicine. Oggi ho la possibilità di continuare la mia attività accademica e scientifica anche da remoto, collaborando con gruppi internazionali e mantenendo quella dimensione globale che ritengo indispensabile per produrre ricerca scientifica capace di avere un impatto reale sulle linee guida internazionali.
New York mi ha regalato anche altro, molto di più: la consapevolezza che passione, duro lavoro e relazioni umane autentiche possano aprire strade impensabili. È una città che vibra di un’energia che non ho trovato in nessun’altra parte del mondo e porto con me la piacevole sensazione che nonostante gli impegni intensi, sia riuscito a viverla pienamente.
Ho viaggiato molto, incontrato persone interessantissime che operano nei campi più disparati, e da ognuno ho avuto il privilegio, per nulla scontato, di poter imparare qualcosa, divertendomi e godendo di ogni opportunità che questa esperienza mi ha donato e continua a regalarmi. Se guardo indietro oggi, provo soprattutto gratitudine. Gratitudine verso chi ha creduto in me, verso i miei mentori e verso tutte le persone incontrate lungo questo percorso.
Perché ogni traguardo importante nasce da una combinazione di impegno personale e fiducia accordata dagli altri.





